Nel confronto da un lato corretto, quello di Marcello Veneziani, dall’altro, va detto, quello scomposto del ministro Alessandro Giuli, c’è qualcosa di molto più serio, che investe direttamente e nel profondo la storia della destra culturale.
E dispiace vedere un patrimonio così fecondo esposto oggi a “giochi” incrociati e rendite di posizione. Da un lato, la postura della destra culturale “vincente” e dall’altro, il mainstream mediatico che ha tutto l’interesse a dimostrare la pochezza, la mediocrità degli intellettuali di destra (il sogno infranto e grottesco della “presunta egemonia”), e ovviamente, il bilancio negativo del governo Meloni.
Chi scrive ha percorso in pieno questa storia, con i libri, e scusate l’autocitazione che qui è dovuta (“Oltre il Polo, il nuovo manifesto dei conservatori”, “La destra che verrà”, “La destra che tornerà”, “Federalismo tricolore”, la collettanea “Rivoluzione blu” insieme all’amico e collega Aldo Di Lello).
Il computo della produzione letteraria, il suo valore e i suoi effetti pubblici non sono vuote statistiche o formali optional (i parametri che legittimamente Veneziani evidenzia per valutare l’azione degli intellettuali, dei pensatori, dei saggisti che hanno frequentato l’ambiente di cui si dicono espressione). Parametri che hanno un valore credo almeno quanto il vissuto e la coerenza delle singole persone.
Inoltre, da comunicatore e formatore, ho partecipato all’esperienza istituzionale della Fondazione Fare Futuro dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, e ho fatto parte del “Comitato dei 30” (insieme alle Fondazioni Liberal e Craxi), che doveva scrivere il perimetro culturale del nascente Popolo della Libertà, dato dall’incontro tra il pensiero conservatore, quello cattolico e quello liberale. Poi, le cose sono andate come sono andate. E i miei successivi decenni da docente universitario, direttore di giornali e spin doctor, mi hanno allontanato da un ambiente troppo politicizzato e anche avvelenato, e mi hanno consentito, però, di vedere con lucidità e da osservatore esterno gli accadimenti della destra, nella loro successione.
Nel mio viaggio intellettuale ho conosciuto figure importanti, pensatori di vario Dna: anticonformisti, irregolari, ortodossi, ma di grande spessore umano e culturale: da Giovanni Volpe, a Giano Accame, da Franco Cardini, Mario Bernardi Guardi, a Fausto Gianfranceschi, a Giordano Bruno Guerri, da Massino Fini, fino a Domenico Fisichella.
E appunto, Marcello Veneziani, che oltre a una scuola giornalistica e intellettuale sul campo mi ha insegnato il valore supremo della libertà, del rispetto, della civiltà umana, dell’autonomia del pensiero, dell’esercizio critico; quel “Pensare”, “Dubitare” e “Dibattere”, l’esatto contrario dell’idea militare del “Credere”, “Obbedire” “Combattere”, tentazione ricorrente di una certa destra.
Dal 1992 in poi, sono stati gli anni felici e creativi de “l’Italia settimanale” da lui diretto (di cui sono stato orgogliosamente redattore), una palestra di libertà, serietà, intelligenza. Che ha creato dibattito, conferendo credibilità alla nuova destra di governo.
Ecco il punto, se vogliamo dare un senso nobile alla vicenda: Marcello Veneziani ha costruito. Con i suoi libri, le sue suggestioni, le sue analisi, i suoi spunti, le sue riflessioni. Ha formato intere generazioni di giornalisti, soprattutto uomini delle idee.
E quanti sono passati per la redazione dell’Italia settimanale oggi validi protagonisti tv, della carta stampata e non solo.
Vedremo Alessandro Giuli, Pietrangelo Buttafuoco e gli altri cosa sapranno costruire. Che segno lasceranno alle nuove generazioni e all’Italia futura.
Ricordo sommessamente che tutti hanno il diritto di cambiare posizione. Specialmente chi viene dagli anni di piombo. Si può passare, ad esempio, comodamente dall’estremismo fascista al pensiero liberal o liquido, perfino occhieggiare all’Islam. E’ un sacrosanto diritto.
In fondo, a sinistra, quanti attuali conduttori tv progressisti e anti-meloniani hanno un passato in Lotta Continua, Potere Operaio e Servire il Popolo?
Ma l’operazione che non va fatta, perché di basso livello, è legittimarsi delegittimando chi oscura, chi viene percepito come un competitor pericoloso.
Perché la sensazione che ho provato attraversando i recenti corridoi di Atreju è stata la sistematica eliminazione dei “fratelli maggiori”. Quelli che dagli anni Settanta hanno posto le basi per la destra di governo, dal Msi, ad An a Fdi. A meno che non si voglia operare una cesura totale, antropologica e culturale delle radici (speriamo di no). Che come ho sempre scritto, non vanno azzerate, né musealizzate, ma attualizzate.
Sì perché, e lo si vede, tra una destra che si richiama ai filoni classici del Novecento e l’attuale destra di governo, c’è una differenza sostanziale.
E sarà la storia a giudicarne i frutti.
Per il resto rimane il tema irrisolto della selezione e della formazione della classe dirigente intorno alla Meloni, l’unica, salvo poche eccezioni, ad essere di un altro livello.





