VANNACCI, L’UOMO, IL POLITICO, IL COMUNICATORE. UN FENOMENO INARRESTABILE

VANNACCI, L’UOMO, IL POLITICO, IL COMUNICATORE. UN FENOMENO INARRESTABILE

La verità è che lo capiscono in pochi. E il motivo è molto semplice: il “fenomeno-Vannacci” è molto più complesso e particolare di quanti vorrebbero ridurlo e ascrivere a schemi e interpretazioni superate dalla storia, e che ancora nell’Italia di oggi, raccolgono qualche voto e qualche lettore.
E ogni volta che autori dei panel tv, commentatori della carta stampata (che, pur sbagliando sistematicamente ogni analisi continuano a pontificare via etere), e politici che hanno l’assoluto interesse a demonizzare il Generale, tentano di ricondurlo ai loro pensieri e alle loro trappole mediatiche (con domande che sono già una sentenza senza appello), falliscono miseramente.
Basti vedere le facce deluse e livide che fanno dopo ogni trasmissione, Lilli Gruber, Bianca Berlinguer, Luca Telese, Marianna Aprile e ospiti vari (ovviamente parto del Mainstream, tipo Lina Palmerini, Antonio Polito, Massimo Giannini etc), per capire quella che si chiama “eterogenesi dei fini”: l’ideologia rispedita al mittente.
Ecco in sintesi, una breve radiografia del “fenomeno-Vannacci”, da parte di chi insegna da decenni comunicazione politica.

L’UOMO. Perché il Generale è così divisivo? Perché incarna tutte le proiezioni umane. E quelli che lo ascoltano e percepiscono, nel bene e nel male, si ripartiscono geneticamente, antropologicamente, culturalmente e psicologicamente in due categorie: chi non teme il “maschio-alfa” e quindi, ritiene che per l’Italia sia arrivato il momento di un decisore vero, di una guida assertiva, sicura e garante di certi valori. E chi, al contrario, odia il maschio-alfa, perché pur volendo imitarlo, essere come lui, non ci riesce, e pertanto le posture fisiche e i messaggi forti del Generale gli ricordano i suoi limiti. La storia della sinistra, la lotta di classe, non sono tutte basate sull’invidia sociale? Sul “perché non io”?
Altro segmento di chi odia il maschio alfa è chi strumentalmente finge di seguirlo, approvarlo, unicamente per fargli fare al suo posto il lavoro sporco, così il diretto interessato rimane ben ancorato nella propria zona-comfort, salvo poi “ucciderlo” se ti fa lavorare, affaticare, smuovere dal castello non assolvendo alle aspettative prefissate (la sindrome di Piazzale Loreto). Tanti leader sono passati sotto questa scure.

IL POLITICO. Futuro nazionale è l’unica novità vera del panorama politico. Se da tempo un italiano su due non vota, una ragione c’è. Mediocrità della classe politica, offerta scadente dei partiti, eccessiva omologazione nei confronti del politicamente corretto, della modernità laicista e delle lobby che contano, al punto da ingessare e annacquare ogni cambiamento, sia di destra, sia di sinistra, o “alto-basso”? Ma su tutto pure un dato: l’importanza di alcuni valori che cancellati e combattuti dal pensiero unico (il materialismo, la globalizzazione, il progressismo), serpeggiano e resistono nell’inconscio collettivo delle nazioni: l’onore, la fedeltà, la coerenza, l’identità.
Su questo si basa l’affermazione velocissima di Fn: quello che dice Vannacci è quello che promettevano Salvini, la Meloni e che ora, specialmente su sicurezza, immigrazione, Ue, non dicono più o dicono in modo blando e rassegnato (con dati e conti alla mano fallimentari). E i recenti tentativi di rincorrerlo sono la dimostrazione più evidente di quanto lui abbia ragione e abbia inciso in un vulnus dell’elettorato di destra. E non solo: alle sue manifestazioni tanti giovani e sicuramente in quel 7% dei consensi attribuiti da sondaggi a ribasso, ci sono e ci saranno anche i non votanti e grillini della prima ora.

IL COMUNICATORE. I giovani, dopo decenni di cattivi esempi da parte dei genitori sessantottini, sindacalisti dei figli, (famiglie sfasciate, padri assenti, madri con la sindrome della Fata Turchina, esaltazione della droga e dell’individualismo, del consumismo, avversione verso ogni forma di autorità), hanno bisogno di certezze, paletti pedagogici, padri veri. E il Generale queste aspirazioni le rappresenta in gran parte.
E poi, il suo grande valore aggiunto: ama scendere in guerra, come ha sempre fatto, anzi, nei panel avversi si diverte e non cede di una virgola (luoghi dove la Meloni non va più), e ribalta, destruttura, le parole della sinistra e i suoi miti-tabù da buoni, perfetti e giusti, come “discriminazione”, “autopercezione”, “libertà”, “famiglia naturale”, “remigrazione”, “natura”, “patria”, “identità compatibili e non”, “popoli autoctoni ed esogeni”, “tradizione”, “civiltà” etc. Bestemmie per chi riteneva di aver vinto la battaglia delle parole e di conseguenza, delle idee.
In conclusione, Vannacci è ormai il metro di paragone di ogni articolo, riflessione, ipotesi di lavoro. Una chiave interpretativa della realtà e dell’attualità politica. E un motivo c’è.