Nell’atto di Trump da “poliziotto globale, esportatore della democrazia” o da “pirata internazionale” c’è tutto il meglio e il peggio del nuovo ordine mondiale che si sta violentemente configurando.
E fanno tenerezza, se non tristezza, sia le opposte tifoserie di casa nostra e non (dai giornali, ai partiti, agli esperti), sia le vittime sacrificali del fronte da “guerra fredda2.0” (Usa, Russia, Cina), in primis l’Europa, che si attaccano al diritto internazionale, a un Occidente reso involucro vuoto e impotente, e a categorie morte ormai relegate al Novecento, diventate carta straccia.
Sì, perché, domina oggi la legge del più forte, nemmeno verniciata di buonismo, globalismo, progressismo, inclusione. Un nuovo-vecchio potere che fa unicamente i propri interessi economici, commerciali, geo-politici.
E Trump lo ha detto apertamente: gli serve il petrolio (il Venezuela è il principale produttore mondiale, gli Usa anche loro messi bene, hanno però il problema delle riserve); oro nero che deve fare il bene della sua economia.
Un tycoon in evidente lacerante bilico tra le due lobby che lo sostengono: i Maga che non volevano nessun coinvolgimento mondiale, nel nome di un protezionismo assoluto, e il Deep State, in particolare i neo-cons-repubblicani che vogliono guidare il mondo, spartendolo con l’asse euro-asiatico, modello Yalta.
Un Trump, in coerenza col suo populismo mediatico-politico da “botta imprenditoriale e via”, compie sempre i gesti altisonanti non preoccupandosi del resto, degli effetti (i punti dei suoi piani in progress, tutti quasi smontati). Così in Ucraina, così in Iran, così a Gaza e sicuramente così in Venezuela.
Cosa accadrà ora? Una transizione che rischia di essere peggiore della dittatura di Maduro. Trump non vuole Machado perché le ha soffiato il Nobel; non vuole la Rodriguez (salvo accordi sottobanco), perché sarebbe in continuità con l’ex presidente (da notare il pronunciamento della Corte e dell’esercito venezuelano favorevoli a lei). E deve fidarsi, per giustificare la sua “operazione speciale”, altamente riuscita sul piano militare (fonte di orgoglio per la Casa Bianca), di un processo farsa con un supertestimone, protagonista oggi, che deve assolutamente vendicarsi di Maduro per questioni personali (è stato accusato di alto tradimento), e per salvarsi dalla galera a vita. Tal Armando Carvajal Barrios, noto come “El Pollo”” o “Gallo Pinto”, ex capo dell’intelligence militare venezuelana, passato poi all’opposizione.
Quindi, per favore non parliamo di anticomunismo, di democrazia, libertà, di liberazione dalla dittatura, di lotta al narcotraffico. Tutti pretesti per la dottrina Monroe, ribattezzata “Donroe”, da Donald.
La verità è che Trump, come da storia decennale Usa, non può ammettere che ci siano Stati sovrani che possano nazionalizzare le loro fonti energetiche (ci ricordiamo la vicenda iraniana al tempo di Reza Pahlavi e il relativo golpe?), o peggio avendo come interlocutori i suoi nemici (la Cina come nel caso del Venezuela).
E ripetiamo, fa impressione il tentativo pure del nostro governo di aggrapparsi a un tatticismo ambiguo: da un lato, si contesta il metodo usato l’altra notte, dall’altro si legittima “l’intervento preventivo per autodifesa da futuri attacchi, pure ibridi”.
Un abile e comprensibile gioco per restare a galla e confermare il ruolo di ponte tra Bruxelles e New York.
Forse gli strateghi di Palazzo Chigi non ricordano che l’intervento preventivo di autodifesa è stata la narrazione che tutti, da Hitler a Stalin, hanno usato per conquistare Stati e popoli, all’origine di ogni conflitto mondiale.
E che ripetere all’infinito il mantra morale, religioso e non storico della “pace giusta” (per l’Ucraina), tradotto “i buoni contro i cattivi”, “il bene contro il male”, porta inesorabilmente per logica alla “guerra giusta”.
Una guerra giusta quella contro Maduro (l’appiglio ideologico di Trump è che sarebbe un eletto abusivo, illegale, avendo drogato il voto), che scoperchierà un terribile vaso di Pandora; d’ora in poi, infatti, chiunque potrà intervenire su un altro Stato sovrano nel nome di qualsiasi motivazione.
Adesso quasi certamente sarà la volta della Groenlandia (terre rare e risorse), Putin non avrà freni sull’Ucraina e la Cina su Taiwan.
Come rispondere a questo nuovo ordine mondiale? E’ la scommessa della politica nazionale ed europea se saprà essere all’altezza del suo compito. Altrimenti farà la fine del pollo.





