Lo Stupidario del 2025. Tutte le parole usate (e abusate) dal mainstream

Lo Stupidario del 2025. Tutte le parole usate (e abusate) dal mainstream

Chiudiamo il 2025 con lo stupidario delle parole più “usate-abusate” che hanno condizionato e inflazionato la comunicazione politica nostrana e internazionale, contribuendo a peggiorare ulteriormente il clima già di rissa quotidiana tra destra e sinistra. Della serie, ogni occasione è buona per colpire il nemico (ormai non più avversario), individuarlo, definirlo, demonizzarlo, emarginarlo.

Tradotto, quel “populismo mediatico” che da anni ha sostituito totalmente la politica, secondo gli schemi classici, almeno quelli che abbiamo studiato e divulgato.

I valori sono spariti. Oggi conta solo il mero consenso (anche in contraddizione rispetto alle dichiarazioni e posizioni del passato); oggi conta unicamente vellicare, eccitare il proprio target, incattivirlo rafforzando soltanto la tifoseria d’appartenenza. Punto e basta.

PACE GIUSTA E DURATURA. Al primo posto dello stupidario questo mantra ossessivo diventato stucchevole e patetico. Sbagliato come concetto e come ricetta per risolvere ad esempio, il conflitto in Ucraina. Da che mondo e mondo pace e guerra sono condizioni storiche, non posture morali e religiose. Anche perché se si parla di “pace giusta” vuol dire che c’è pure una “guerra giusta”. E in passato di guerre giuste ne abbiamo vissute tante sulla nostra pelle, pure troppe (tutti i dittatori, i re, gli Stati le hanno usate per mobilitare i popoli, le vittime sacrificali di ambizioni e interessi qualche volta legittimi, spesso folli).

Domande che tagliano la testa al toro: gli Usa hanno vinto nel 1945 perché erano nel giusto o perché erano più forti? L’Urss ha vinto sui nazisti in Europa perché erano nel giusto o perché hanno sacrificato milioni di loro soldati, numericamente superiori ai tedeschi? E la bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki, come il bombardamento a idrogeno a Dresda, perché sono stati ritenuti “crimini di guerra” e “non crimini contro l’umanità”, come quelli commessi da Hitler? Ci spiegate la differenza “morale”?

Se ci fossilizziamo sul valore religioso dei conflitti l’attuale Austria dovrebbe rivendicare l’intera penisola balcanica (i territori dell’ex impero), visto che lo scoppio della prima guerra mondiale l’ha causato l’attentato ordito dai nazionalisti serbo-bosniaci ai danni di Francesco Ferdinando, l’erede al trono degli Asburgo.

Bisogna affermare, al contrario, una volta per tutte il tema della “guerra possibile”, “realistica” e “sostenibile”, basata su criteri diversi e opposti a quelli in vigore. Cioè, che c’è sempre un vincitore e uno sconfitto. E al momento la Russia, pur impantanata, sta vincendo sul campo. E l’asse Putin-Trump è il simbolo dell’eterna vera e non ipocrita “legge del più forte” (che la sinistra edulcora con l’inclusione, la globalizzazione, l’estensione della democrazia etc).

Quindi, non c’è partita: Kiev deve cedere pezzi della sua sovranità (e il dramma di Zelensky si capisce: o muore da eroe al fronte, o scappa da vigliacco o viene impiccato come traditore, se cede il Donbas). In fondo, l’Alsazia-Lorena è passata indifferentemente dalla Germania alla Francia, varie volte, a seconda degli esiti delle guerre mondiali.

SOVRANITA’. Altro mantra. La Federazione russa aggredendo l’Ucraina “ha violato le norme del diritto internazionale”. Anche qui, un’asserzione astratta e ideologica che tra l’altro non tiene conto del pregresso storico (in primis, gli accordi di Minsk).

Tale diritto, considerato un dogma indiscutibile, non è servito però, a impedire la guerra nei Balcani, la strategia della Nato di penetrazione verso Est (dopo la caduta del Muro), condannata da papa Francesco (“l’abbaiare Nato alle porte di Mosca”); non è servito a bloccare la guerra in Libia o contro Saddam Hussein, basata su una fake news (l’uso di armi di distruzione di massa in possesso del dittatore iracheno).

E poi, quale sovranità: uno Stato è sovrano quando batte moneta, è proprietario delle fonti energetiche, dell’economia e delle infrastrutture. E chi è sovrano in Europa scagli la prima pietra. L’Italia, dal secondo dopoguerra in poi, è stata sempre a “sovranità limitata”. E quando ha tentato di alzare la testa (con Mattei, Olivetti, Craxi, Berlusconi) gli Usa l’hanno messo a cuccia. E oggi, dovremo da sovrani limitati, combattere per una sovranità farlocca e corrotta come Kiev, nel nome di un’Europa che non esiste?

EUROPA. A proposito di Ue. Altro mantra: “Ce lo dice l’Europa”, “dobbiamo costruire meglio l’Europa”. Ma la Ue cos’è? Altro che il sogno dei padri fondatori. Ha rinunciato alle sue radici cristiane, è solo un aggregato di interessi economici e lobbistici. Forte con i deboli (col laicismo), e debole con i forti (con Trump e Putin); non ha un collante, un esercito, una politica autonoma e seria (su sicurezza, emigrazione). Dallo scoppio della guerra in Ucraina paga agli americani il doppio del gas e le armi non più a buon mercato. E senza un euro, ha provato perfino ad impossessarsi, senza riuscirci degli asset russi, rischiando un inquietante precedente: “Se non sei d’accordo con me ti prendo i soldi in banca”. Diciamo la verità, l’Europa non ha mai contato nulla, né durante la Guerra Fredda, divisa tra l’area Usa (il patto Atlantico) e l’area comunista (il patto di Varsavia). E oggi, meno che mai, vista la farsa impotente dei volenterosi che arrancano di fronte a scelte che li vedono meri spettatori.

ARMI PER LA PACE. E’ il paradosso di una comunicazione da pensiero unico, secondo le regole della “Finestra di Overton” e della neo-lingua: rovesciare il bene col male e viceversa; e condividere gradualmente idee che in prima battuta si respingono. Anche perché risulterebbe difficile comprendere un “riarmo per la pace”. La nomenklatura la chiama “deterrenza” o “equilibrio del terrore”, ma la storia ha insegnato che a tirare il filo, prima o poi si spezza. Le rivoluzioni e le guerre sono state il frutto di un mancato controllo, quando si oltrepassa troppo il limite.

PROPAL. Ricorderemo il 2025 come l’anno di questo mix inquietante, violento e sgarrupato tra cultura woke e migranti o cittadini (integrati da due-tre generazioni) di fede islamica che, per sua natura (religione a vocazione egemonica), considera noi occidentali infedeli. Un mix che sta determinando una nuova categoria politica (non più “destra vs sinistra”, o “alto vs basso”), che ha prevalso a Londra e a New York. Sarà divertente vedere che fine faranno i liberal di casa nostra, i quali nel nome degli “ultimi” (i migranti) e della “tolleranza” in futuro non saranno più “tollerati” dagli islamisti (sui gay, l’aborto, i matrimoni arcobaleno, l’utero in affitto, la dignità della donna). Un processo sociale che ci obbliga direttamente a una ferma risposta. Che non ci sarà, visto che noi occidentali stiamo perdendo tradizioni e identità, nel nome di un autolesionismo congenito e di un’esterofilia da eterni provinciali.

CASA NEL BOSCO. E’ lo scontro in atto e pericoloso tra il nuovo “Stato etico-pedagogico”, che assume via via forme più disparate: Stato vaccinista, militare, green, sessuale. Che ci dice come dobbiamo vivere, lavorare, stare in intimità, mangiare, giocare, studiare. Che tipo di “relazioni sociali” dobbiamo avere e quali genitori politicamente e culturalmente corretti devono avere i figli.

GARLASCO. E’ il più grande spot per il Si al prossimo referendum sulla giustizia.

SICUREZZA. La sinistra che non l’aveva mai riconosciuta come un problema, come un’emergenza; parlava di percezione sbagliata e guai ad associarla al fallimento dell’integrazione “buonista”. Ma con i pestaggi per le strade e gli omicidi senza motivo, i maranza che girano e aggrediscono indisturbati, reiterando un lessico neo-marxista (le rapine come riappropriazione, esproprio proletario, la ricchezza gli altri come invidia sociale, lotta di classe individuale, la miseria come colpa del sistema nel nome “dell’ambiente che determina la coscienza”, lo Stato, il governo Meloni e l’autorità come fascismo, i poliziotti come “sbirri”), forse la costringeranno ad uscire dal suo sociologismo paternalista. Trito e ritrito.