Calenda (“Italia sul serio”), Di Maio (“Difenderemo la libertà”), Conte (“Dalla parte giusta”), Berlusconi (“Una scelta di campo”): quattro errori comunicativi.

Se la forza propagandistica dei “meme”, avviata in questa campagna elettorale da Letta, che ha evidenziato la polarizzazione dei temi, ha generato ironia, col merito però, di aver attirato l’attenzione, confermando lo scontro tra due modelli incompatibili di società (quello di destra e quello di sinistra) e generando una reazione uguale e contraria nella comunicazione elettorale di Salvini e Meloni; grillini, “dimaiani” e terzo-polisti hanno dimostrato, invece, di essere fuori registro.
Non fuori dalla storia della comunicazione, che vede i social primeggiare nell’offerta (di pancia) politica. Ma fuori dai contenuti. Evocando un lessico anacronistico, quasi da prima Repubblica.

Cos’hanno in comune e in negativo i quattro succitati slogan? Che se si sostituiscono le foto dei leader, quelle frasi possono valere per chiunque.
Chi pensa o dice, infatti, di lavorare poco seriamente? E poi, l’autodefinizione solenne, altezzosa, non paga, non giova a chi la fa. Crea un’opposizione spontanea. Distanzia, separa. E’ arrogante, superba. Come dire: solo Calenda è serio, gli altri e chi li vota, buffoni. Parole trite e ritrite.

Come quelle di Di Maio: ricordano le battaglie anticomuniste degli anni Settanta della Dc e del Msi. Non c’è posizionamento politico. Ci mancherebbe altro che non si difenda la libertà che a parole difendono tutti. E poi, da che pulpito viene la predica: il garante sarebbe il ministro degli esteri che ha cambiato bandiera mille volte: populista e sovranista con Salvini, riformista con Letta, tecnico antipopulista e anti-sovranista, amico di Bruxelles con Draghi?

Conte, dal canto suo, è in un’ovvia crisi di identità, oscillante tra la sua impostazione affabile, credibile, disinfettata, moderata, tutta Recovery, e la strategia di ripescare qualche voto identitario che i 5Stelle hanno perso per strada (milioni di voti).
Ma pure per lui, vale il medesimo discorso: dalla parte giusta è un voto, un giudizio che si dà da solo; devono essere gli italiani a darlo. E poi, è uno slogan usato mille volte. La sinistra, da Berlinguer a Bersani, è stata sempre dalla parte giusta, del bene, dell’etica, della morale, della Costituzione, della democrazia, i diritti, l’ambiente, il progresso, la cultura.
Quale valore aggiunto? Nessuno.

Infine, Berlusconi. E’ fissato con la discesa in campo del 1994, il modello vincente per lui. Peccato che sono passati quasi 30 anni. La scelta di campo, gergo calcistico introdotto ufficialmente nella comunicazione politica da Fi, evoca quella discesa, più uno spartiacque dei valori. Esattamente come allora: la libertà da una parte e il comunismo dall’altra. C’è solo un problema: le partite le fanno i giovani atleti, non gli ex giocatori.